Mi ero fermato al terzo giorno di ritiro, durante il quale non avevo
proceduto ad alcuna attività magica, per i restanti due giorni, ho
deciso di concentrarmi su un consiglio che mi era stato dato proprio
qui, sul NG, riguardante la carta dell'Eremita.
Così, ho deciso di meditare sul Nono Arcano, e di dargli vita, quello
che nè uscito ha occupato prevalentemente il
6-12-2206 ed il 7-12-2006
ovvero il Quarto ed il Quinto giorno di Ritiro, si tratta di una fiaba
gnostica, questa
FIABA DI UNA CARTA
C'era una volta una carta dei Tarocchi, la quale fece la scortesia,
proprio nel bel mezzo di una Divinazione, di emettere un
fastidiosissimo rumore dalle conseguenze insopportabili; le altre
carte, disturbate da tanto fracasso, non riuscirono a stabilire il
dovuto legame con l'Inconscio del Mago, e conseguentemente questi
sbagliò completamente le sue previsioni, che normalmente gli erano
sempre riuscite.
Era costui una persona molto precisa e paziente, ma pignola, e molto
severa con se stessa, così, accorgendosi della faccia stupita del
consultante, non ci pensò molto a scagliare per aria il nuovo mazzo
dei Reader-Waite, per sostituirlo con i più vecchi e consumati
Marsigliesi.
Certo, il Mago era molto attento all'economia, e alla gestione delle
proprie cose, così, una volta che il consultante se ne fu andato
soddisfatto, non ci pensò due volte ad andare a raccogliere le Lame
sparpagliate per tutto il pavimento, e quale non fu la sua sorpresa, ed
il suo dispiacere, nello scoprire che aveva perso la carta
dell'Eremita.
Questa carta, infatti, la responsabile della colpa in questione, aveva
pensato bene, nello slancio, di infilarsi tra le porte del balcone, di
attraversare questo in scivolata, e di volare lentamente giù,
compiendo delle dolci oscillazioni, lentamente, facendo da paracadute a
se stessa, scivolando poi finalmente al suolo; ora, capitò che la
carta si andasse ad infilare in una stretta fessura, e ciò fu bene;
immaginate il vostro stupore, infatti, se, raccogliendo una carta da
terra, vi accorgeste che non mancano né la scritta né il numero, ma
che, presenti lo sfondo e il terreno, manca la figura.
L'Eremita, infatti, preso dalla vergogna e dal dispiacere, aveva deciso
di abbandonare il proprio destino di carta, e di vagare per il mondo,
alla ricerca di nuove esperienze e di ancora più nuove comprensioni,
ma lui non era munito di un fagotto per portare i suoi averi, come il
Matto, né di strumenti per guadagnarsi da vivere, e per rendere un po'
più felice la vita, come il Mago, né di una corda da staccare
dall'albero per legarsi l'abito in vita, come l'Appeso ( sia detto per
inciso, comunque, che i due erano e sono sempre stati grandissimi
amici, forse perché l'uno vedeva l'altro al contrario, e quindi, non
potendo vedere i reciproci difetti, finivano per accontentarsi dei
propri ); così, prese la sua lanterna, il bastone, e si avviò sui
cammini del mondo.
Sarebbe arduo raccontarvi come si guadagnò da vivere nei lunghi mesi
della sua percorrenza nel mondo, la sua sopportazione paziente dei
rigori dell'inverno, e la sua gioia nel rivedere i fiori crescere in
primavera, anche perché era così piccolo che rischiava ogni momento
che la gente, che non si accorgeva di lui, né del suo Lume, potesse,
inavvertitamente si intende, schacciarlo; così, non vi racconterò di
come lavorò in qualità di lucciola addestrata presso un noto
saltimbanco, o come battesse il proprio bastone agli spettacoli di un
famoso ventriloquo, come avesse vissuto per qualche tempo facendo il
fuoco fatuo presso il capezzale di un noto misantropo, in modo da
evitargli visite indesiderate, e come si fosse adattato, per qualche
tempo, persino a recitare la parte dello homunculus per un Mago
decisamente antipatico, del resto, la sua è una storia magica, e di
queste cose avrebbe anche potuto fare a meno, in fin dei conti, si
tratta sempre di una carta, e che bisogno avrebbe avuto di mangiare ?
In fin della fiera, l'Eremita conobbe un sacco di posti, e vide
moltissima gente, e sempre egli pensò che gli uomini sembravano
dibattersi nelle sabbie mobili di una falsa esistenza, di una ricercata
mediocrità, di un più o meno vago odio nei confronti dei propri
simili; lui, che sapeva indicare qualcosa del futuro, avrebbe forse
potuto aiutarli, ma, per quanto agitasse il proprio lumino, nessuno
pareva fare caso a lui, così, sentiva di essere nel cuore di tutti, ma
nell'anima di nessuno.
In ogni caso, un giorno l'Eremita ebbe l'occasione, durante uno dei
suoi vagabondaggi, di incontrare sé stesso, ma alto come un essere
umano normale, incuriosito, agità il proprio lumino, ma vi lascio
intuire la sua felicità, la sua straripante gioia, quando si avvide
che l'altro rispondeva al suo lumino agitando il proprio; é così che
una delle più strane conversazioni che si siano mai avute nel mondo
ebbe inizio, eccola:
Eremita: - Tu mi hai notato !! Possibile che qualcuno si sia accorto di
me ?
Eremita Grosso: - Certo che ti ho notato, c'era per caso motivo di
dimenarsi in quel modo ?
Eremita: - E' brutto quando per anni nessuno ti considera, e sembra che
le tue migliori qualità debbano rimanere, per così dire, nel solaio,
tutto preso come sei a cercare di sopravvivere, ma dimmi, o uomo, il
tuo nome, e perché vai in giro con una lanterna anche tu.
Eremita Grosso: - Il mio nome è Diogene, e giro con una lanterna
perché cerco l'uomo, il mio bastone mi aiuta nel percorrere la strada,
e una botte è la mia casa.
Eremita: - Tu, dunque, cerchi l'uomo, ma esso è già stato trovato,
l'uomo infatti è l'Animale Senza Speranza.
Diogene: - Possibile che io sia arrivato alle tue stesse conclusioni ?
Possibile che, forse, entrambi, cercassimo in realtà qualcosa d'altro
?
Eremita: - Ciò è realmente possibile, ma se è così, dovremmo
stabilire che cosa esattamente cerchiamo, e come denominarlo !
Diogene: - Allora dovremmo cercare qualcosa che dia la Speranza
all'uomo, che gli permetta di migliorarsi, e, perché no, di migliorare
la propria vita, ed il modo in cui si rapporta col prossimo.
Eremita: - Ma sarà qualcosa di esterno o interno all'uomo ?
Diogene: - Io credo che dovrà essere qualcosa di interno, ma che
potrà essere risvegliato attraverso esperienze anche esterne,
attraverso anche il suo proprio corpo. Qualcosa che possa renderlo
l'Uomo.
Eremita: - Quindi qualcosa di grande nell'uomo, ma chiuso come in una
sorta di guscio, che si potrebbe aprire solo dall'esterno, ma agendo
con mezzi anche appartenenti all'interiorità.
Diogene: - Grosso modo, è così.
Eremita: - Qualcosa quindi di simile ad un pulcino.
Diogene: - Enormemente più grande di un pulcino.
Eremita: - L'Uomo nell'uomo ?
Diogene: - Qualcosa di più grande dell'Uomo.
Eremita: - E cioé un elefante !
Diogene: - Qualcosa di enormemente più grande di un elefante.
Eremita: - Ma allora non potrà che essere un dio.
Diogene: - No, qualcosa di più grande anche di un dio.
Eremita: - Ma più grande di un dio non ci può essere che un Dio.
Diogene: - Chiamiamolo semplicemente Dio, l'Assoluto non ha bisogno di
determinazioni.
Eremita: - E sia ! Cercheremo allora Dio nell'uomo.
Diogene: - Non più cercherò l'uomo, cercherò Dio nell'uomo !
Eremita: - Non c'è altro Dio che l'uomo.
E così, i due si separarono, di lì a poco, si conosce dell'incontro
di Diogene con Alessandro Magno, che, se non altro, dimostra in modo
evidente che, a suo modo, il filosofo era riuscito nell'impresa, ed era
diventato un Dio in terra, ma che cosa ne fu del nostro Eremita ?
Egli vagò ancora per mari e per monti, ed in un'occasione si dice che
ebbe l'enorme privilegio di cavalcare una libellula ( a tutt'oggi, non
ci risulta che nessun altro ne abbia più cavalcata una ), e fu a
cavalcioni di essa, che giunse ad una città che si chiamava Mille
Tonante.
Entrato che fu dai portoni in ferro battuto, al di sotto di mura
formicolanti di guardie e di arcieri, l'Eremita entrò in una taverna,
e ricominciò ad agitare il proprio lumino, ma, ancora una volta,
nessuno rispose al suo richiamo.
Tuttavia, qualcosa avvenne; infatti, nel corso del suo girovagare uno
dei vetri della lanterna si era rotto, ed inavvertitamente, la tunica
di un avventore conosciuto come pericoloso attaccabrighe prese fuoco.
L'energumeno se ne accorse quasi subito, e non gli fu difficile
spegnere il fòcherello con la mano, ma di lì ad accusare il proprio
vicino, il passo fu breve, e l'Eremita si ritrovò, suo malgrado,
coinvolto in una durissima rissa da osteria.
Così, gli toccò sgattaiolare rapidamente tra pezzi di sedia che
rovinavano a terra avendo mancato il colpo, gambe che sferravano calci,
corpi che cadevano e tavoli che venivano rovesciati, finché capitò
proprio davanti agli occhi dell'oste, il quale era in grado di
riconoscere anche una formica, se questa avesse cagionato dei danni ai
suoi affari, e così, l'Eremita fu coinvolto in un'altra conversazione,
questa volta piuttosto spiacevole, eccola:
Oste: - Eccoti, piccolo farabutto, responsabile di tutti i miei guai.
Eremita ( esponendo per la prima volta il risultato delle proprie
meditazioni ): - Fermati uomo, guarda al Dio che è in te, non cedere
alla negatività !
Oste: - Ma di quale negatività parli, disgraziato ? La mia spelonca
era già in pezzi, e questi mi stanno distruggendo quel poco che mi era
rimasto, e tutto per colpa tua, dannato scarafaggio !
Eremita: - Scarafaggio ? Ma come si permette ? Io sono il Nono Arcano
dei Tarocchi !
Oste: - Per quanto riguarda me, tu sei piccolo e sporco come uno
scarafaggio; e dammi questa lanterna, sarà l'inizio del tuo pagamento
nei miei confronti.
E così dicendo, con una mossa davvero rapida per un uomo della sua
stazza, l'oste afferrò il lumino dell'Eremita.
Eremita: - Nooooooooooo !! Sono cieco !! Quella è la Lanterna Magica
che mi permette di vedere !!| Restituiscimela subito !
Oste: Ahahahahah !! Sei cieco, eh ? Ma beeeneeee, questo mi permetterà
di asservirti ai bisogni del mio stomaco e del mio intestino con
maggiore facilità !! Tu, lurido insetto, ti credevi che non avessi
compreso fin dall'inizio i tuoi veri scopi, vero ? Ma io sono la Notte,
io sono la Tenebra, io sono la Porta del Nero Abisso dell'Oscurità, io
sono il Veleno del tuo Nemico, io rendo gli uomini miei servi e mi
conduco tra loro, e tu volevi sottrarmi i miei schiavi ?? Ossevra, tu,
o cieco, osserva !!
Saldamente stretto nelle mani dell'oste, il lumino divenne una vera e
propria lanterna, ingigantendosi grazie alla Magia della Tenebra, e
dentro di essa, l'Eremita, il cui piccolo dito l'oste aveva costretto
tra pollice e indice ed appoggiato sul lume, vide cose orribili, e
faticose da annunciare: massacri, terremoti, guerre, atti criminali e
piccole invidie, rancori pungenti quotidianamente come piccoli chiodi
quotidiani, capaci di ledere qualunque rapporto interpersonale, e, su
tutto, l'ombra della disperazione e del dolore, che fecero scendere
molte lacrime dai cieci occhi dell'Eremita.
Con un grido di giubilo, l'oste esclamò: - Osserva, e cerca il Dio
nell'uomo, osserva i miei servitori, la creazione di Ialdebaoth,
ahahahah !
Ma l'Eremita, prima di rispondere, recuperò la serenità, e disse: -
Come esiste la Luce, così deve esistere la Tenebra, come esiste il
Giorno, così deve esistere la Notte, così come esiste il Padrone,
così deve esistere Colui che si crede il Padrone.
Ma questa risposta non piacque all'oste che, dopo aver sigillato in un
baule con sette serrature, all'interno di una scatola di piombo a sette
scomparti, dentro un sarcofago a sette lati, dentro una stanza con
sette pareti, il Lumino dell'Eremita, lo sottopose per un inenarrabile
numero di decenni alle corvéè più tristi ed umilianti, più dolorose
e terribili, ma mai, dalla voce della vecchia carta, si sentì un
lamento od un affanno, un gemito od una protesta, egli sfruttava
infatti l'oste per apprendere, e giunse il tempo in cui ritenne di
avere imparato a sufficienza. Così è scritto che, così come esiste
il Padrone, deve esistere Colui che si crede il Padrone, e l'Eremita
era il Padrone, e l'oste era Colui che si crede il Padrone.
giovedì 12 febbraio 2009
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