Catene roventi serrano i nostri polsi nel tremante
contatto dell'agonia, e si aprono larghe bruciature
a scoprire i muscoli e i nervi al di sotto, mentre precipita
il sangue scivolando sulle dita delle mani per cadere
nello stillicidio della disperazione dentro le acque
di dimenticanza che scorrono sotto di noi, e le caviglie,
stritolate dai ferri, fremono brucianti urla di disperazione.
Allora l'aquila si avvita su se stessa precipitando in picchiata
dentro i nostri petti, e gli occhi e il becco cosparsi
di nero sangue, pure accecata dal pasto, non smette mai
di rodere le nostre interiora, e sotto i suoi colpi feroci le
pietre del Caucaso strappano nuovi lembi di carne alle nostre
piaghe da decubito, mentre assistiamo impotenti al precipitare
nella sua gola di piccole scuciture di organi, l'una dopo l'altra.
Intanto negli ospedali pulivamo il vomito dei malati
sotto i limpidi raggi del sole alle finestre, e piccoli sacchetti
di plastica esponevano la natura di quei liquidi che la
riservatezza vuole nascosti: ancora una volta
fatti carne.
lunedì 9 febbraio 2009
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento